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lunedì 28 luglio 2014

Il lato oscuro

Questo blog (al di là di essere bellissimo, divertentissimo, interessantissimo e issimo in generale) soffre di quella strana sindrome, molto comune sui social network, per cui una persona tende a rappresentare e a parlare solo degli aspetti migliori della sua vita tralasciando, sia volontariamente che inconsciamente, le cose ordinarie, noiose o semplicemente non belle.
Per questo motivo quasi tutti i post che parlano di tuo figlio sono indirizzati ad esaltarne i pregi, a sottolinearne i progressi e a evidenziare gli aspetti positivi dell'essere padre.
Ma naturalmente tuo figlio non è solo bello, intelligente e divertente.
Ha anche un fastidioso lato oscuro caratteriale come da titolo del post che ora tenterai di riassumere.

Beh, non così oscuro ...

E' pigro
Passerebbe delle ore intere in casa sul divano. Anche nelle belle giornate di sole, quando tu gli proponi di uscire a giocare in cortile, il più delle volte ti risponde che è stanco e non ne ha voglia. Poi quando comincia e imbrocca l'attività giusta, non si fermerebbe più, però che fatica coinvolgerlo in qualcosa!

Ha una sensibilità molto (troppo) spiccata.
Questa cosa ve l'ha fatta notare anche la sua maestra dell'asilo annalisaportapazienza. Un paio di esempi: in casa se tu lo sgridi o se alzi la voce lui si spegne e spesso si mette a piangere; fuori, se c'è un bambino anche solo leggermente aggressivo (che magari lo spintona o non lo fa giocare) lui non gioca più, fa il magone e viene da te con la coda tra le gambe. Non vuoi assolutamente uno di quei bimbi aggressivi dittatori del parchetto, non gli insegni a rispondere con un pugno ad un sopruso (anche se qui poteva sembrare), ma ti piacerebbe avesse un carattere un poco più forte.

Non è indipendente.
Qui naturalmente la colpa è quasi totalmente vostra. Non è indipendente per quanto riguarda molte cose pratiche di vita normale, laddove molti suoi coetanei (ma soprattutto le sue coetanee) si vestono da soli, si lavano da soli, aiutano in casa. E non riesce neanche a divertirsi da solo. E' tutto un susseguirsi di papà, a cosa giochiamo? oppure adesso cosa facciamo?, oppure io mi sto annoiando.

Ha paura di molte cose.
Fino a qualche tempo fa non era così, ora ci sono molte cose che gli mettono paura.
Ora, per colpa di alcuni servizi alla televisione, ha paura di molti animali come topi, pipistrelli e opossum (!!). Prima era entusiasta di andare nel cortile e nella stalla al campo dai nonni quando era buio con la torcia elettrica, a cercare i rospi, a vedere le galline che dormivano, ed altre cose divertenti. Ora una cosa simile è impossibile.
Ora, soprattutto di sera, non riesce a stare in una stanza da solo, anche se tu sei in quella adiacente.

E' schiavo dalla televisione.
Mitica è stata un'occasione in cui era a mangiare dai nonni (che abitano al piano di sopra) e ad un certo punto lui viene giù in casa, dove tu ti stavi preparando ad uscire per correre, in lacrime insieme alla nonna che non sapeva cosa fare. Piangeva perchè alla televisione della sala da pranzo dei nonni non si vedeva il canale 46 Cartoonito e lui avrebbe perso la puntata di Jake il Pirata. Quella volta ha esagerato e si è preso una sgridata del numero uno, ma normalmente quando si mangia c'è tutto quel sottofondo di cartoni che non darebbero neanche troppo fastidio, se non fosse che lui è talmente preso che a volte si incanta e si dimentica di mangiare. E tu ti arrabbi tantissimo per questa cosa, che qualche volta hai dovuto alzare la voce e impossessarti del telecomando con un gesto di imperio.


Questa che hai tratteggiato è l'altra parte della medaglia, la parte negativa del carattere del bimbo.
E' normale che ci sia, e tu ci devi fare i conti.
L'importante è non subire il fascino del lato oscuro.

mercoledì 26 febbraio 2014

Un genitore quasi perfetto III

Cercare di essere genitori quasi perfetti è difficile. Certe volte sei contento del feedback che ottieni da tuo figlio, altri giorni pensi di star sbagliando tutto. Ma l'unico opzione è andare avanti nella strada scelta e percorrerla tutta.
Nel frattempo continui a leggere il saggio che hai comprato nella speranza che ti possa aiutare. In effetti finora hai letto soltanto consigli e considerazioni condivisibili, e se non sei ancora riuscito a sfruttarle tutte è solo colpa tua.
Qui la prima parte e qui la seconda.
Di seguito invece riporti altri estratti dal libro e i tuoi pensieri a riguardo.


La convinzione che nel trattare con i figli ci si possa riferire a una serie di regole è il maggior nemico di un sano atteggiamento di comprensione basato sull'empatia, che può nascere soltanto dalla riflessione sulle esperienze personali, diverse per ciascun genitore come diverse sono per ciascun bambino le proprie. Le regole sono nemiche della spontaneità e dei sentimenti positivi. Affidarsi alle regole finisce per estraniare genitore e figlio. Può esservi, e sovente vi è, una certa convenienza nell'avere delle regole, ma mai del piacere; e sicuramente non ne guadagna il legame affettivo tra genitori e figli. L'esistenza di regole, comunque siano nate, reifica e meccanicizza quello che dovrebbe essere il più personale, il più essenzialmente umano, il più spontaneo dei rapporti, un rapporto che ogni giorno potrebbe arrecare nuova gioia.

Maccome? Quando guardi SOS tata, uno dei momenti clou del loro lavoro è quando compaiono le "regole" da consegnare ai bambini e alla famiglia tutta. Sembra quasi che la parolina magica "regole" sia la soluzione da sola ai comportamenti sbagliati dei bambini!
L'inghippo forse è che l'autore del libro in questo caso si riferisce a regole più generiche di impostazione del rapporto genitori figli, e non le regole per la convivenza civile, tipo quante ore di videogiochi bisogna concedere al pupo.
Vista così hanno ragione sia tata Adriana che Bettelheim. E il padre è un po' più sollevato.



La sicurezza e l'atteggiamento del genitore. Un esempio è costituito dalla difficoltà che tutti i genitori in varia misura provano nel separarsi dal figlio quando questi incomincia ad andare alla scuola materna. L'angoscia da separazione è una delle angosce più fondamentali dell'essere umano; tutti, chi più chi meno, ne andiamo soggetti. La nostra esperienza del modo in cui da piccoli viene gestita da nostra madre questa paura determinerà in gran parte il modo in cui noi stessi, in seguito, affronteremo l'angoscia da separazione. I meccanismi per cui questo avviene e come l'ansia della madre sia ciò che causa o aggrava l'angoscia del figlio si possono facilmente osservare quando il bambino viene mandato per la prima volta alla scuola materna. Molti se non tutti i bambini provano una certa diffidenza di fronte alla situazione del tutto nuova per loro della scuola materna e mostrano all'inizio qualche difficoltà a separarsi dalla persona che li accompagna a scuola, di solito la madre. Ciò nonostante vediamo bambini che si abituano facilmente e altri che accettano la nuova situazione solo dopo molto tempo e con gravi difficoltà. Tutto dipende dai segnali che il bambino riceve dalla madre; se essi gli comunicano che la situazione è sicura e desiderabile, la accetterà ben presto e anzi trarrà piacere dalla nuova esperienza. Se, invece, l'iniziale difficoltà del bambino a lasciare la madre susciterà in lei delle reazioni che gli fanno intendere come anche lei sia preoccupata per quello che potrebbe accadere e sia riluttante a lasciarlo, allora naturalmente il suo iniziale turbamento ne sarà aggravato.

Prima di tutto un'osservazione generale. Il libro in questo punto ma praticamente quasi ovunque parla di genitore riferendosi alla madre. E questa scelta è spiegata in uno dei capitoli iniziali del libro, dove la si giustifica facendo riferimento al fatto che è la madre che generalmente ha più contatti con il bambino, per una serie di motivazioni che vanno da quelle più naturali legate alla maternità fino a quelle dettate da usi e costumi della nostra civiltà. E questo fatto la porta ad essere più coinvolta e più attenta nell'educazione del bambino.Tutto vero, tutto condivisibile. Ma molte cose stanno cambiando e tu, padre, sei qui che ti interroghi su come essere un genitore quasi perfetto.
Detto questo, hai compreso pienamente l'importanza del trasmettere serenità ed entusiasmo al bambino. Per alcuni può sembrare un'operazione difficile, perchè entra in gioco anche il carattere del genitore e una persona che nella vita è ansiosa e indecisa non può cambiare atteggiamento facilmente, foss'anche per il bene di suo figlio, ma lo sforzo deve essere fatto.
Pensi che la sicurezza personale di tuo figlio sia una cosa molto importante, che cerchi di stimolare appena puoi. Cerchi, senza forzare, di lasciargli fare tutto in autonomia, per poi essere presente ad aiutarlo quando non ce la fa, e a lodarlo quando riesce nel suo intento. A volte è più impegnativo (in termini di tempo e di pazienza) lasciargli fare da solo un'attività piuttosto che fargliela tu al posto suo, ma è necessario questo sforzo per accrescere la sua autostima e la sua sicurezza personale.



Nostro figlio dovrebbe poter essere in grado di fare nella sua vita quello che a lui sembra importante, desiderabile e degno di essere fatto; di creare con i suoi simili rapporti costruttivi, soddisfacenti, di reciproco arricchimento; e di sopportare le tensioni e le difficoltà che inevitabilmente la vita gli riserverà. Sotto questo punto di vista i genitori non rappresentano semplicemente i primi e più influenti maestri del figlio, sono coloro per mezzo dei quali egli si orienta nella vita; minuto per minuto egli li osserva e gli studia per capire cosa fanno e come lo fanno e con quali sentimenti, sentimenti manifesti, negati o persino rimossi. In tal modo i genitori gli indicano chi essere e come esserlo (e il "come" scaturisce sempre naturalmente dal "chi"). Sono questi i dati importanti per l'esistenza presente e futura del bambino, molto più importanti dell'acquisizione di conoscenze e abilità specifiche (certamente utili), alle quali sembrano invece attribuire tanta importanza i genitori.

Questo è, se fosse necessaria, la conferma di quello che avevo già scritto su queste pagine: più che i consigli servono i buoni esempi. Il genitore, più che un maestro, deve essere un esempio di vita.


... continua ... (forse) ...

venerdì 15 novembre 2013

Un genitore quasi perfetto II

La tua lettura del saggio sulla genitorialità quasi perfetta continua. Ad una lentezza a tratti vergognosa, ma continua. Qui la prima parte.
Riporti ora alcuni brani che ti hanno colpito e i tuoi approfondimenti.



Nella mente di ogni genitore c'è la risposta appropriata a ogni comunicazione dei propri figli; basta aver fiducia e cercarla senza ricorrere all'imitazione delle proposte di intervento che provengono dall'esterno, soprattutto dai tecnici presunti esperti ma anche dalle tradizioni della propria famiglia, che possono essere esempi utili ma relativi a vicende consumate in altre epoche e da altri protagonisti.

Due notizie.
La notizia cattiva e un po' pessimistica: l'autore ti stà dicendo che nessuno può aiutarti. O meglio, puoi trovare esempi utili di come affrontare problemi relativi all'educazione di tuo figlio, ma alla fine questi esempi li devi riportare al qui e ora.
La notizia buona: tu, in quanto suo padre, se cerchi bene dentro di te hai la risposta giusta. Ci vuole solo, immagini, pazienza e perseveranza.

Il genitore deve resistere all'impulso di cercare di costruire il figlio che lui vorrebbe avere, e aiutarlo invece a sviluppare appieno, secondo i suoi ritmi, le sue potenzialità, a diventare quello che lui vuole e può essere, in armonia con la sua dotazione naturale e come risultante della sua individualissima storia.

Mamma mia com'è difficile questa. Da quando ancora tuo figlio è solo un idea nella tua mente e in quella di sua madre, voi due state già pensando a quello che farà da grande: farà questo sport, farà queste esperienze, studierà a questa università, ... Ma si deve resistere a quest'impulso. O meglio, lo si può consigliare, ma mai obbligare.

Noi vorremmo che nostro figlio sia come una freccia che noi scocchiamo e che andrà più lontano di quanto possiamo arrivare noi, ma che colpirà un bersaglio stabilito da noi. Ma dobbiamo capire che questa freccia non ha un andamento lineare, ma assolutamente imprevedibile. Ed il fatto che non si può prevedere l'obbiettivo non deve farci perdere l'entusiasmo nell'atto di scoccare la freccia, ma deve anzi darci l'entusiasmo per tendere la corda dell'arco il più possibile.

Il genitore coscienzioso entra in ansia all'idea di sbagliare tutto e di far del male al figlio che ama. Ma l'ansia del genitore, per quanto giustificabile, è molto dannosa, per il genitore come per il bambino. Per essere dei genitori passabili occorre riuscire a sentirsi sicuri di sé come genitori, sicuri nel rapporto con il figlio. Talmente sicuri che, pur usando la massima attenzione nel trattare il figlio, non ci si preoccupa più di tanto, e non ci si sente in colpa all'idea di di non essere genitori passabili. La sicurezza del genitore circa il suo essere genitore sarà l'origine della sicurezza del bambino in rapporto a se stesso.

Bisogna cercare di essere sicuri, o meglio, bisogna trasmettere sicurezza. E' sottile, ma le due cose non coincidono. Ci si può trovare dilaniati dai dubbi su quale sia la cosa migliore per tuo figlio (anche nelle cose piccole), ma una volta presa una decisione, bisogna dimostrarsi saldi nel percorrere la strada intrapresa, senza tentennamenti. E' come dire che il bambino ha bisogno di un punto di riferimento solido, non una banderuola che cambia idea ogni cinque minuti.

Spesso i libri ci dicono come dovremmo essere con i nostri figli: e cioè comprensivi, pazienti e, soprattutto, pieni d'amore. Ma per quanto ci piacerebbe essere genitori, se non ideali, almeno molto bravi, è quasi impossibile mantenere simili atteggiamenti totalmente positivi quando ci si trova in una situazione di crisi, quando il comportamento di nostro figlio ci provoca emozioni molto intense. E' appunto perché amiamo tanto i nostri figli che siamo così vulnerabili: quanto è più intenso il nostro amore, tanto è più facile sentirsi feriti e perdere l'equilibrio emotivo da cui dipende la capacità di mantenersi pazienti e comprensivi.

Abbiamo visto che il genitore quasi perfetto deve essere paziente, sicuro di sè, saggio, comprensivo, e tante altre bellissime cose. Uno, sforzandosi enormemente, potrebbe anche avvicinarsi a questa perfezione, supportato dall'amore del proprio figlio e se vede che i suoi sforzi sono ripagati. Ma quando tuo figlio ti fa arrabbiare, il tuo coinvolgimento emotivo è tale che anche la delusione è moltiplicata. E qui ti può aiutare il pensiero di prima: tu sai che la strada che hai intrapreso è giusta, quindi non tentennare, fatti forza della tua sicurezza e anche lui poi ti seguirà.

... continua ... 

venerdì 27 settembre 2013

Un genitore quasi perfetto I


Le tue letture sono abbastanza monotematiche.
Fumetti, romanzi di fantascienza, fumetti, racconti horror, fumetti, libri di running, fumetti, storie di avventura.
E ogni tanto qualche fumetto.
Ma qualche mese fa hai fatto un acquisto che mai avresti pensato fino a qualche anno fa.
Complice una di quelle lodevoli iniziative editoriali (in questo caso del Corriere), quando hai saputo che la collana in edicola si sarebbe chiamata La Biblioteca dei Genitori, hai deciso che ti saresti buttato sulla saggistica. Ma però senza esagerare. Infatti ti sei fermato alla prima uscita.

BIBLIOTECA DEI GENITORI diretta da Gustavo Pietropolli Charmet.
Vol. 1 - UN GENITORE QUASI PERFETTO di Bruno Bettelheim
Edizione speciale su licenza per Corriere della Sera.

E' stato un ottimo acquisto, che ti ha dato una serie di spunti di riflessione per quel percorso di genitorialità consapevole che hai intrapreso e a cui tieni molto.
Questo libro lo stati centellinando. Lo leggi quando hai un momento in cui puoi concentrarti e permetterti di leggere e rileggere qualche pagina fino a coglierne il senso. Addirittura ti sei messo a sottolineare e a prendere appunti con la matita, come non ti capitava dai tempi dell'università. Ne hai letto finora circa la metà (stai parlando di un poderoso tomo di circa 500 pagine) e ora vuoi provare a riportarne qui i passi per te più interessanti e le tue considerazioni a riguardo.

Il titolo suggerisce che, per una buona educazione dei propri figli, non bisogna cercare di essere dei genitori perfetti, né tanto meno aspettarsi che lo siano, o che lo diventino, i nostri figli. E' invece alla portata di tutti essere genitori passabili, vale a dire essere genitori che educano bene i figli. Occorre però che gli errori che commettiamo nell'educarli (errori il più delle volte dovuti semplicemente all'intensità del nostro coinvolgimento emotivo) siano più che compensati dalle molte occasioni in cui ci comportiamo in modo giusto con loro. Scopo di questo libro è aiutare i lettori a essere genitori passabili.

Titolo: un genitore quasi perfetto. Sottotitolo: capire noi stessi per capire i nostri figli.
Partendo da queste intenzioni e da queste premesse il target è già altissimo, anche se l'obbiettivo non è la perfezione. Si parla di errori educativi e del fatto che l'unica colpa del genitore sia il suo coinvolgimento. Altre volte hai detto che lo sbaglio è in effetti inevitabile, dando la colpa più alla stanchezza, che a volte ti fa diventare superficiale e disattento. Ma il messaggio più utile che puoi trarre da queste parole è che non è possibile la perfezione, ma a conti fatti non è neanche necessaria.


I genitori ritengono che il loro compito consista del "capire" il bambino, assecondando la sua natura, stimolando le competenze, rispettando il suo stile comunicativo che prefigura il futuro temperamento.
Il genitore che aspiri a costituirsi come "sufficientemente buono" punta a contenere le paure e i bisogni originali del bambino, aiutandolo ad elaborare i propri naturali timori, sviluppando in lui un sentimento di sicurezza personale che lo aiuti a stabilire e far crescere buone relazioni  con la madre e il padre dalle quali attingere il nutrimento necessario alla crescita, che è proprio l'affetto e la protezione dei genitori.

Eliminare le paure e smussare i timori, perchè un bambino sicuro di sè diventerà un adulto consapevole e sereno nelle proprie possibilità.
Ed è bello pensare che l'affetto e la protezione dei genitori siano il suo nutrimento necessario per la crescita.


A rendere ancora più difficile ed appassionante il mestiere di madre e di padre concorre la necessità di capire come possano essere trasmessi norme e valori indispensabili lungo un percorso educativo che si ripromette di non suscitare paure eccessive e di non innalzare troppo il livello del conflitto tra genitori e figli.
Riuscire a farsi obbedire per amore e non per paura di drastici castighi potrebbe essere il motto dei nuovi genitori, convinti che lo scopo dell'educazione debba essere aiutare il figlio a diventare un soggetto etico, libero, felice di rispettare le leggi e i valori condivisibili della società in cui cresce, ma dotato di elevata capacità critica e di autonomia di giudizio.

Questo è il sacro graal del rapporto padre-figlio. La perfezione consiste nel non dover imporre le proprie decisioni al figlio, ma essere in grado di spiegargli il perchè di quello che tu vorresti e riuscire a convincerlo di avere ragione. Ma questa interazione è talmente rara da sfiorare il mito. Un bambino per sua natura ragiona in modi molto diversi da quanto fa un adulto: percepisce solo il suo benessere immediato e non vede altre alternative. E quindi il più delle volte si è costretti ad imporre il proprio volere di adulti in contrapposizione al volere del bambino. Dovrai lavorare molto in questa direzione.
Ma il concetto da portare a memoria è quello dell'ultima frase che, in maniera semplice dà la definizione di educazione. Cosa vuol dire educare bene un figlio? Insegnargli a chiedere per favore quando vuole qualcosa? Troppo poco.
Educare un figlio significa aiutarlo a diventare un soggetto etico, libero, felice di rispettare le leggi e i valori condivisibili della società in cui cresce, ma dotato di elevata capacità critica e di autonomia di giudizio.
Una frase da tatuarsi addosso.


Che cosa occorre per allevare bene i nostri figli, per allevare cioè dei figli che magari non faranno necessariamente una buona riuscita agli occhi del mondo, ma che, riflettendoci, si sentiranno contenti di come sono stati allevati e contenti, tutto sommato, di quello che sono, nonostante gli inevitabili difetti, di cui peraltro nessuno è privo?
Il fatto di crescere in una famiglia dove i rapporti dei genitori tra loro e con i figli sono improntati a intimità ed onestà, rende questi ultimi capaci di formare a loro volta durevoli e soddisfacenti rapporti di intimità con gli altri, rapporti che conferiscono un senso alla vita propria ed altrui.

Infine, come si fa ad educare bene i figli nel senso che si è detto prima? Uno degli ingredienti è farlo crescere in un ambiente in cui i rapporti siano sereni. Se madre e padre sono sereni tra di loro e onesti nella loro relazione, il bambino crescerà senza timori e paure, in modo da poter formare a sua volta rapporti limpidi e soddisfacenti.
Qui fortunatamente sei avvantaggiato.
Te e la biondina vi amate. E il bimbo lo sa.

... continua ...

mercoledì 27 marzo 2013

Identità

L'altro giorno, in previsione di un viaggio all'estero che dovremo fare prossimamente, il bimbo è passato all'anagrafe del paese per certificare la sua identità.
Che per te sembra una cosa matta, perché ai tuoi tempi la carta d'identità si faceva ai quattordici anni, quando prendevi il motorino. Prima ma che te ne facevi?

Statura 100, capelli biondi, occhi azzurri, segni particolari: figo da paura!

La prima carta d'identità ufficiale del bimbo (ce n'è stata anche una unofficial: quella dell'asilo) è un oggetto semplicemente bellissimo e carico di poetici punti di vista.
Fa strano vedere affiancate due cose così diverse tra di loro: la semplicità e la vitalità di un bimbo di quattro anni e la serietà al limite della cupezza della burocrazia.

Ad esempio, ma che professione è infante? Forse hanno sbagliato riga. Infante è probabilmente più uno stato civile che una professione.
... o forse no! Essere piccoli è un lavoro. Un lavoraccio crescere, imparare, obbedire, giocare, scoprire, correre, eccetera ecceterone.
Un lavoro di quelli che non conoscono crisi, in cui non esiste cassa integrazione e in cui l'articolo 18 non ha senso neanche nominarlo. Per questo e per altri motivi è il lavoro più bello del mondo.
Il problema è che è uno di quei lavori in cui non è previsto il contratto a tempo indeterminato. Anzi, è chiaramente un contratto a progetto.
Realizzato il progetto di crescita dovrai poi tornare all'anagrafe per aggiornare la carta d'identità.

Nel frattempo lavora bimbo, lavora.
Che essere bambini non è mica uno scherzo!

domenica 24 marzo 2013

Paure


Premessa: in una strada in cui passa spesso il bimbo c'è una agenzia funebre e un giorno la mamma, incalzato dalle domande, ha dovuto cercare di spiegargli a cosa servisse quel "camion strano" che era parcheggiato davanti.

La conversazione riportata qui sotto è avvenuta l'altra sera prima di andare a dormire e ha bisogno di alcune spiegazioni banali per renderla meno criptica, ma soprattutto ha bisogno di una riflessione per tutto il sottinteso che si porta dietro.

Dopo che abbiamo fatto una partita con il tablet nel lettone grosso insieme a voi, poi vado a dormire nel mio lettino da solo.
Si, bene. E' un ottima idea!
No ... beh ... però ho paura che vengono gli animali cattivi ...
Gli animali cattivi!??!? Ma non esistono gli animali cattivi.
Si, ma io ho paura che mi uccidono!
Ma no! Ma perchè ti uccidono?
Sì, perchè io l'altro giorno ho visto vicino alla salita il camion dei morti!

Ultimamente, per una serie di coincidenze, il bimbo è entrato in contatto abbastanza di frequente con la morte. Intendiamoci: niente di tragico. Non stai parlando di esperienze dirette in famiglia, ma frasi sentite dai grandi, film con scene che gli fanno sorgere domande, la morte di uno dei cani da caccia. Tutte cose che lì per lì sembrano non interessargli, sembra che gli scivolino addosso, ma che scavano nel suo inconscio e che lasciano poi buchi grandi che tu devi mettere in sicurezza.
Come ci ha suggerito pedagoga/confidente/psicologa/insegnate dell'asilo annalisaportapazienza, queste scoperte portano poi anche a insicurezze che tu non riesci a collegare direttamente a queste circostanze. Ad esempio i recenti capricci per andare all'asilo sono il modo di esorcizzare la sua paura dell'abbandono, figlia illegittima della paura della morte.

Il tuo compito ora è quello di trasmettere serenità.
E le paure svaniranno come la notte al sorgere del sole.

giovedì 7 marzo 2013

C'è crisi ...

Aspè, state lì. Non scappate.
Capisci che il titolo possa sembrare fuorviante, ma prometti che non parlerai né di politica né di economia. Ultimamente hai rotto abbastanza con le tue divagazioni da vecchio brontolone.
La crisi di cui si parla è quella del bimbo.


Per un periodo di alcuni mesi si è comportato bene dopo un inizio altalenante della sua vita scolastica. Ora e' qualche settimana che il bimbo sta sviluppando in maniera completa la sua indole che adesso potresti definire come testarda e pigra.
Il momento peggiore è quello dell'asilo. Tu non hai esperienza diretta perché chi sopporta alla mattina il supplizio dell'accompagnamento è la biondina, che ultimamente non lo regge più.
Non sai perché ma tutte le mattine è una pena portarlo all'asilo: comincia che non ha voglia di svegliarsi e allora ci si prova con le buone (dai, ripasso tra cinque minuti così ti riposi ancora un po'... ) e anche con le cattive (sbrigati ad alzarti, non farmi arrabbiare che è già tardissimo!).
Poi mentre è sul divano bisogna vestirlo e comincia la litania:
Ma stamattina devo andare all'asilo?
Ancora cinque minuti dei miei programmi preferiti ...
Domani è domenica, vero?
Voglio stare qui!

E nei casi peggiori comincia a piangere e a dimenarsi per non farsi vestire.
Nei casi migliori invece si chiude in un ostinato mutismo e si lascia accompagnare come il condannato al patibolo. Poi arrivati davanti al portone dell'ingresso comincia a farsi venire il magone e l'unico modo per tranquillizzarsi è andare subito in braccio della sua annalisaportapazienza che conosce bene i suoi polli e lo coccola per benino fino a fargliela passare.
Perché poi sai bene dai racconti delle insegnati che quando è là si comporta bene (molto meglio della media degli altri bambini) ed è felice di stare con gli altri. Mitico è il racconto che ci hanno riportato sia lui che annalisa delle ammucchiate di bambini che fanno mentre sono nel salone comune a giocare: i bambini grandi che si schiacciano al tappeto uno sull'altro e in cima arriva il bimbo di gran carriera saltando sugli altri.

Quando cerchi spiegazioni con lui del perché non vuole andare all'asilo, lui resta evasivo e al massimo ti risponde che non vuole andarci perché vuole restare con la mamma. E visto che lui non è particolarmente mammone, questa affermazione puzza di scusa bella e buona.

Quando è a casa l'atteggiamento è spesso pigro e indolente: difficilmente si riesce a coinvolgerlo in giochi costruttivi, e fosse per lui passerebbe un sacco di tempo davanti alla televisione. E fa certi capricci per cose stupide che prima faceva tranquillamente quasi con gioia. Ieri ha fatto un quarto d'ora di piangere perché non voleva lavarsi i capelli. L'altro giorno è stato perché voleva che fosse la mamma a lavargli i denti. Prima ancora perché voleva addormentarsi sul divano e non nel letto.
Non aiuta certo il fatto che tu abbia una testa ancora più dura della sua e (convinto della bontà del tuo atteggiamento) resti impassibile sulle tue decisioni, usando anche l'estremo atteggiamento della punizione corporale (la santissima sberla sul culo) come rafforzativo della tua supremazia. A costo di incorrere nella disapprovazione della biondina.

Queste condotte però non dovrebbero preoccuparti perché a detta di chi ha più esperienza (come la maestra dell'asilo) è normale una crisi di questo tipo. Di solito si fa all'inizio della stagione scolastica, lui la sta facendo adesso. Semplicemente sta soffrendo quello che lui vede come un abbandono. Il torto che noi gli facciamo è quello di lasciarlo da solo a scuola e lui si vendica facendo il ribelle.

Coerente con le tue idee pedagogiche (piuttosto vaghe e confuse in verità) sull'utilizzo della dolcezza e della fermezza nell'educazione, in questo momento la bilancia dell'ubbidienza in casa tua si sta spostando verso il bastone ed allontanandosi dalla carota.
Speriamo che cambi alla svelta perché il lavoro del poliziotto cattivo proprio non ti piace!

giovedì 17 gennaio 2013

Questione di carattere

Che uno crede di conoscere perfettamente suo figlio, la sua personalità e le sue reazioni, ma questo ha la capacità di spiazzarti e lasciarti senza riferimenti in un attimo.
Tu l'hai sempre considerato una persona sicura, indipendente e socievole. Perché aveva reagito bene all'inserimento alla scuola materna o perché ti era sembrato che non si sentisse a disagio con la presenza di altre persone al di fuori del nucleo famigliare.
O forse è solo come avresti voluto che fosse.
Perché ultimamente ti sta stupendo sotto questo punto di vista.

Dicono che è normale che venga una crisi di rigetto all'asilo, e che è ancora più normale che questa crisi non si manifesti subito, ma più in la' con l'anno scolastico. E' esattamente quello che sta succedendo. Dopo un inizio buono, in cui andava all'asilo ben contento, ora tutte le mattine è una sofferenza. Non per me che a quell'ora ho già finito la riunione giornaliera con il CEO dell'azienda (che fa molto figo definire così, ma in verità è più corretto dire il padrone, viste le dimensioni medio-piccole della ditta) e di solito sono nella fase di  smistamento posta elettronica. Ma per la biondina questi ultimi giorni sono stati un continuo cercare di consolarlo e convincerlo che all'asilo ci si diverte, si gioca con gli amici, e poi dopo veniamo a prenderti, mica ti lasciamo lì ...
E invece lui alla mattina appena si sveglia chiede: ma stamattina andiamo all'asilo? e alla risposta positiva ammutolisce, diventa cupo e arrabbiato. Poi arriva la fase in cui si fa venire il magone che dura fino al portone delle suore, poi scoppia un pianto dirotto che continua anche quando la santa annalisaportapazienza lo prende in braccio e termina solo dopo qualche minuto di coccole quando la mamma se n'è andata.
Poi l'insegnante riporta che il resto della giornata è sereno, gioca contento e partecipa a tutte le attività (la sua preferita è naturalmente la ginnastica).

Un'altra occasione in cui si comporta non esattamente come avresti immaginato è quando andiamo in posti con tanta gente e tanti bambini con cui potrebbe giocare tranquillamente. Ultimamente in un paio di occasioni (anche se era preparato alla cosa e, anzi, aveva dimostrato fino a pochi minuti prima entusiasmo per l'incontro) si è fatto prima prendere il magone e poi non ha partecipato ai giochi assieme agli altri bambini ma voleva giocare solo con la mamma o il papà.

Questi esempi sono solo due comportamenti che per un bimbo di quasi quattro anni sono molto più che comuni. Sono fasi che una personalità in formazione attraversa per poi diventare qualcosa di più definito e definitivo. Sono atteggiamenti che probabilmente farà ancora in tempo a cambiare venti volte prima di arrivare ad un suo carattere circoscritto.

Questo è tutto quello che te e la biondina vi dite per convincervi che certi capricci sono normali e vanno tollerati, ma certo che in alcuni momenti servirebbe tanta pazienza.

lunedì 11 giugno 2012

Il progetto della felicità



Essere felici significa avere un progetto di felicità.
La felicità è un momento: un adesso che prima era il futuro e che nell'attimo in cui si compie è già passato.
Per questo motivo la felicità non può essere soltanto il raggiungimento di uno stato di grazia, ma necessariamente è anche formato dal percorso per raggiungerlo.
Questo senza arrivare agli estremismi (per me) delle culture orientali dove la serenità può essere raggiunta solo con l'assoluta mancanza di qualsiasi pulsione alla felicità. No, questa visione della vita non fa per me.

Per me felicità significa avere un pensiero che alla mattina appena sveglio ti accompagna verso la giornata e ti stimola a dare il meglio di te anche in una situazione magari non ideale.
Significa pensare e impegnarsi in qualcosa che sia altro rispetto agli impegni lavorativi che, come vorrebbe la visione moderna della società dominata dal binomio produttività/consumismo, dovrebbero impegnare la maggioranza se non la totalità delle nostre energie.

Il progetto della felicità è qualcosa che ci spinge al cambiamento.
Ma un cambiamento cercato e voluto, non uno subìto per effetto delle traversìe della vita.

E stiamo parlando di vari obbiettivi, che possono convivere tutti insieme nella realizzazione di una persona.
Una persona può avere contemporaneamente obbiettivi a breve e a lungo termine, obbiettivi sportivi e lavorativi, obbiettivi egoistici e altuistici.
Ma ce ne sarà uno sopra tutti gli altri, il più importante e impegnativo di tutti, che ti occuperà tutta la vita e ti farà felice in misura definitiva.

Una delle cose più difficili per realizzare il progetto della felicità personale è la fase dell'individuazione dello stesso.
Perché più ancora che non raggiungere un obbiettivo, è frustrante raggiungerlo ma accorgersi che alla fine non è esattamente quello che uno avrebbe voluto.
Deve essere mortificante aver impiegato tempo e energie per creare qualcosa e scoprire che questa cosa raggiunta non ti dà la felicità che ti eri immaginato (o almeno non quel grado di felicità).

Se, come abbiamo visto, è difficile individuare con sicurezza il proprio obbiettivo, provate a immaginare quanti e quali fattori concorrono alla definizione del percorso comune a due persone.
Se il mio obbiettivo da single poteva essere di un tipo, quello della coppia formata da me e dalla biondina è necessariamente un altro.
Ma quando individuato, la felicità che produce non è uguale alla somma delle due felicità, ma è cento volte maggiore.

Arrivati a questo punto del ragionamento devo espormi e dichiararlo:

Il mio progetto di felicità è la felicità di mio figlio.

sabato 2 giugno 2012

[Padre - Figlio VI] Strade tortuose



La strada più comoda è quella che spesso porta dalla parte sbagliata.
Questo è vero praticamente sempre, e ha due valenze.
Quella divertente tipo legge di Murphy (la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo), cioè se sei ad un bivio e scegli la strada che ti sembra più comoda, questa sarà quella sbagliata.
Oppure, fuor di metafora, quella più filosofica che insegna che se vuoi ottenere una cosa e hai di fronte a te due modi per arrivarci (quello facile e il modo complicato e tortuoso, che richiede lavoro e sacrifici), quasi sempre per ottenere risultati certi e duraturi devi fare la strada lunga.

Ragionamenti banali al limite della stupidità, ma in questi giorni mi è capitato di pensarci in rapporto all'educazione del bimbo.
Esempio: il momento della pappa.
L'obbiettivo è quello di far mangiare il bimbo e i modi sono due: lo imbocchi tu mentre lui si distrae con i suoi cartoni animati, oppure cerchi di farlo mangiare da solo.
Anche se dall'esterno può sembrare il contrario, la cosa più comoda per il genitore è la prima ipotesi, perché mangia senza quasi guardare quello che gli dai, e in quattro e quattr'otto (senza che si sporchi) hai già che finito e poi puoi mangiare tu.
Se invece decidi che mangerà da solo (sempre che la pietanza lo permetta) sai già che comincerà a distrarsi, si sporcherà, sarà lentissimo e dovrai continuamente richiamarlo all'attenzione ogni forchettata.
Credetemi, un vero supplizio.

Però poi ci pensi e realizzi che ha già tre anni, tra qualche mese andrà all'asilo e dovrà necessariamente mangiare da solo, e allora capisci che la strada più lunga è l'unica che gli permetterà di essere.

Un piccolo esempio che ti fa capire che nella vita quotidiana, per raggiungere il tuo obbiettivo principale (l'educazione di tuo figlio) spesso devi avere più pazienza e investire più energie di quanto non sembri necessario.
Capisci che la tua comodità spesso non coincide con i suoi interessi.

E cambi la tua prospettiva e le tue priorità.

venerdì 23 marzo 2012

Baci & Abbracci

Una delle cose più belle del mondo sono i baci e gli abbracci di mio figlio.La pelle delle sue guance è morbidissima da sbaciucchiare, mentre lui ride come un matto perchè gli faccio il solletico con la barba lunga, e le sue braccia corticine sono della misura giusta per circoscrivere il mio collo.
... e la biondina dice che facciamo schifo.

Però mi chiedo fino a che punto potrò continuare a avere questi momenti di intimità fisica.
Ci sarà un momento in cui dovrò darci un taglio. In cui non potrò più, salutandolo, chiedergli di darmi un bacino.
E quello sarà un momento un po' triste.

mercoledì 21 marzo 2012

[Padre - Figlio V] Imparare l'amore


Queste considerazioni derivano dalla lettura di un post che consiglio di leggere con attenzione, e si allacciano ad altri concetti che avevo già espresso in queste pagine altre volte.

L'amore, così come altri sentimenti umani quali la pietà o la compassione, riesci a trasmetterlo (non insegnarlo) a tuo figlio solo per osmosi.
Il suo corpo è una membrana osmotica dove la concentrazione di sensazioni presente nel mondo esterno con cui è a contatto, passa al suo essere più intimo.
Sta a noi genitori fare in modo che l'ambiente in cui il suo sentire è immerso sia il più possibile pregno di valori buoni e positivi.
In modo tale che, quando sarà grande, diventi lui una sorgente di amore e gioia.
Cosa di cui il mondo non smetterà mai di avere bisogno.

PS:
Oramai l'elenco dei post che parlano di genitorialità sentimentale (neologismo piuttosto impegnativo, a dire la verità) stanno diventando troppi per continuare con il riassunto delle puntate precedenti. Allora ho aggiunto un'etichetta apposita.

martedì 21 febbraio 2012

[Padre - Figlio IV] Dolce in famiglia, duro in società

Quarta puntata di un ragionamento ad ampio raggio sul rapporto padre - figlio.
Qui dove si parla della sensibilità del genitore moderno, qui dove paragono l'approccio materno a quello paterno e qui dove si enuncia qualche caposaldo di educazione.


Stavolta lo spunto per una riflessione arriva da un saggio scritto da un professore di psicoanalisi che si ocupa di "diversi approci alla psicoterapia dei sistemi famigliari".
Sembra che voglia spandere, ma faccio subito outing: questo libro non l'ho letto (non credo abbia le figure!) ma ho trovato un post su un blog di un papà molto censapevole del suo ruolo (e che scrive molto bene) che ne parlava.
Ne riporto quasi completamente il post:

Sto leggendo un bel libro di Luigi Zoja, Il gesto di Ettore, dove, fra le altre cose, si parla del 'paradosso del padre'. Forse le citazioni che fra poco seguiranno sono, rispetto all'argomento di cui sto parlando, - per dirla con una bella immagine dello stesso Zoja - come "le increspature nello strato di schiuma che cavalca a sua volta l'onda immensa della storia", ma io ci vedo in ogni caso un bel tratto di unione: "Ci si aspetta che proprio il padre insegni al figlio a essere nella società...laddove i rapporti nella società non sono di solo amore, e neppure di giustizia, ma anche di pura forza", dice l'autore alle pp. 10-11, (ediz. Bollati Boringhieri, 2011). Ma il padre vincente che la tradizione occidentale preferisce "non rischia solo di mancare di moralità. La necessità della forza è anche un limite posto al suo sentimento" (p. 11). Infatti, "il figlio si aspetta dal padre un affetto simile a quello materno, ma questo non esaurisce la sua richiesta. Con me, chiede, sii buono, sii giusto. Amami. Ma con gli altri, sii prima di tutto forte: anche a costo di essere violento, anche a costo di essere ingiusto" (p. 12).
Insomma, il figlio ha, verso il padre, aspettative contrastanti: "in famiglia il padre deve osservare una legge morale; nella società, invece, deve rispettare per prima cosa la legge della forza" (pp. 12.13). E' il 'paradosso del padre', il quale - contrariamente a quanto avviene per la madre, che sarà valutata come tale dal figlio per quello che fa con lui - "non è padre solo per quello che fa con il figlio, ma anche per quello che fa con la società: e le leggi che regolano questi due spazi di azione non sono le stesse". (p. 13). 
La relazione che intravedo fra le parole di Zoja e il mio discorso sull'educazione impartita a gran voce dai maleducati è che questi ultimi sono i 'padri' che amano e che insegnano ai figli a 'comportarsi', 'a stare al mondo': gli stessi che nella società rappresentano una maleducazione e un'arroganza vincenti. Qui, ovviamente, il 'paradosso del padre' o la contraddizione che metto in luce non è tanto psicologica, come quello di cui si parla nel libro, ma sostanziale, fisica e, al massimo, culturale. E' l'educazione privata e che ci si aspetta dagli altri, prima di tutti dai figli, e la maleducazione pubblica, degli adulti, nascosta oppure palese, ma in quest'ultimo caso pubblicamente ignorata.
Termino questo post citando un ultimo, bellissimo paragrafo da Il gesto di Ettore: "Il 'paradosso del padre' è tanto personale, psicologico, indipendente dalle epoche, quanto pubblico e storico. Al centro della civiltà patriarcale europea, penetrata dappertutto prima con la colonizzazione e poi con la globalizzazione, sta infatti anche un secondo paradosso, che altro non è se non la faccia collettiva del primo. Questa società ha adottato come credo il Cristianesimo, e contemporaneamente si è diffusa 'darwinianamente', con la forza. Cioè con la guerra, la rapina, la desertificazione della natura, lo sfruttamento e la sottomissione dei popoli più deboli o semplicemente più pacifici: con la trasgressione planetaria dei comandamenti 'non uccidere', 'non rubare', 'non desiderare la roba d'altri'. In questo senso proprio la civiltà europea, che ha sparso la razionalità sulla Terra, parte da un centro profondamente irrazionale. Come il padre individuale, il suo patriarcato oscilla tra legge dell'amore e legge della forza, ed è ben lontano dal trovare una sintesi" (p. 13). 

La cosa che più mi ha colpito in questo ragionamento è il passaggio dalla sfera personale a quella sociale, cioè il parallelo tra affetto e decisione che deve avere il padre e i valori del cristianesimo e la prevaricazione della società occidentale.

Tornando ad un ragionamento che avevo fatto qualche tempo fa sull'economia mondiale, l'ideale sarebbe che io utilizzassi gli stessi valori che uso con mio figlio, anche nei confronti del mondo esterno.
Se nel rapporto con mio figlio sento la necessità di essere giusto e buono, io dovrei cercare di essere giusto e buono anche nei miei rapporti sociali.
Certo, è difficile e a volte controproducente, ma sono sicuro che è la cosa giusta da insegnare ad un figlio.

mercoledì 25 gennaio 2012

[Padre - Figlio III] Condivisione, libertà, sostegno e divertimento

Terza puntata di un ragionamento ad ampio raggio sul rapporto padre - figlio.
Qui dove si parla della sensibilità del genitore moderno e qui dove paragono l'approccio materno a quello paterno.

Stabilito il tipo di approccio, quali sono i fondamentali su cui basare l'interazione e la crescita?
La mia esperienza mi suggerisce quattro parole: condivisione, libertà, sostegno e divertimento.

Condivisione significa che il bimbo ha necessità di un compagno di giochi, soprattutto pensando che il gioco è il suo modo di imparare le cose. Mi da fastidio quelli che vanno al parco con il figlio e poi lo lasciano da solo sull'altalena e loro si mettono a chiacchierare con le altre persone. Altro esempio: anche la visione della televisione deve essere fatta in due, se possibile. Infatti perdo tempo anche a guardare sul divano i suoi cartoni animanti non perchè piacciano particolarmente anche a me, ma perchè condividendo e parlandogli lo istigo al ragionamento: cosa stà succedendo? ma dov'è finito quello? ma perchè fa così? Contesto la divisione della televisione in bollini colorati: non esistono programmi che il bambino deve guardare da solo (verde), se possibile la televisione deve sempre essere vista in compagnia di un adulto (giallo). Poi però, come ho detto anche in un'altra occasione, a volte si sbaglia per stanchezza.

Importante è anche la  libertà che dai a tuo figlio per capire il mondo. Per adesso (ha solo tre anni, libertà è un concetto abbastanza limitato) dare libertà a mio figlio significa lasciarlo libero di provare, esplorare, toccare e anche, al limite, rischiare di farsi male. Sbagliano quelli che fanno una passeggiata e tengono il bambino tutto il tempo sul passeggino. Ma soprattutto mi fanno specie quei genitori che al parchetto gridano: non correre, oppure non sudare ad un bimbo di due anni. Al limite sei tu genitore che devi evitare di metterlo in condizione di correre in un posto pericoloso, oppure, se sai che suderà, devi attrezzarti e fare in modo di poterlo cambiare successivamente per non farlo raffreddare. Ma, per l'amor del cielo, fatelo giocare libero.

Questo è il sostegno. Essere sempre presenti sia per il fattore della condivisione di prima, ma soprattutto per un supporto fisico e morale che non deve mai mancare. Mio figlio deve essere coscente che se anche stà giocando al parchetto da solo (sempre il solito esempio), se mi cercherà mi troverà a guardarlo. Difficilmente interverrò, anche se stà scombattendo per lo scivolo con la bambina prepotente di turno, perché è giusto che se la sbrighino tra di loro, ma se alla fine si becca lo spintone, sarò lì a consolarlo e supportarlo.

Ed alla fine il divertimento è più il mio che il suo. Perché a guardarlo litigare con la bimba allo scivolo, mi ritrovo a ridere come uno scemo. Perchè se ci annoiamo, abbiamo perso tempo in due, e allora era meglio che restava da solo sul divano a guardare la televisione.

Continua ...

venerdì 6 gennaio 2012

[Padre - Figlio II] Un po' papà, un po' mamma.

Seconda puntata di un ragionamento ad ampio raggio sul rapporto padre - figlio. Qui la prima parte.

Si sente un gran parlare del fatto che nella nostra società, le donne stanno assumendo tratti maschili sotto molti punti di vista.
Viene loro chiesto di essere incisive e competitive sul lavoro, come prima era richiesto solamente agli uomini.
Viene loro chiesto di essere aggressive e determinate nei rapporti con gli uomini, diventando spesso loro cacciatrici e i maschi prede.
Viene loro chiesto di essere ciniche e stronze nei rapporti umani, proprio come gli uomini.
Contraltare è il fatto che gli uomini si stanno addolcendo ed effemminando in alcuni aspetti del loro carattere.
L'uomo deve curare il proprio aspetto come e più delle donne.
L'uomo deve avere una sensibilità che gli permette di emozionarsi laddove era impensabile qualche anno fa.

Bon, dette queste cose, ed alla luce di esse, torniamo al rapporto tra padre e figlio.
Ho detto che a volte mi comporto da madre. Cosa significa?
Non intendo questo approccio solo dal punto di vista materiale, cioè fare tutte quelle attività legate, nell'immaginario comune, alla figura materna (cambiare il pannolino, fare il bagnetto, ecc), ma anche e soprattutto dal punto di vista emotivo.
E' finita l'epoca della suddivisione rigida e impermeabile dei ruoli: la madre a casa a accudire i figli e il padre al lavoro per guadagnare lo stipendio. Poi, come nel mio caso, è esattamente così, ma è per lo più una scelta, un caso, non un'imposizione.
Un altro ribaltone della nostra epoca tra il ruolo materno e il paterno è l'educazione sentimentale. Fino a qualche anno fa a carico diretto ed esclusivo della madre, mentre il padre, burbero, distante e pragmatico, doveva occuparsi di cose più pratiche e tangibili.
Io invece cerco di essere dolce e comprensivo, pur nel ruolo del poliziotto cattivo che è giusto ogni tanto interpretare.

Continua ...

venerdì 2 dicembre 2011

[Padre - Figlio I] E' tutta una questione di sensibilità


Io sono molto diverso da mio padre per cultura e sensibilità.
La differenza culturale non dovrebbe essere così palese, perché a ben vedere le basi sono le stesse, ma cambia e di molto la strada che poi ho intrapreso dal punto di vista relazionale, intellettuale, contestuale e sociale.
Per quanto riguarda la sensibilità, questa è diretta conseguenza delle altre differenze. Non dico che lui sia un orso delle caverne e io un fine esteta, diciamo che io, avendo avuto più tempo da dedicare alla ricerca ed allo studio del "bello", ho avuto modo di esercitare di più la mia emotività.

Tutto questo preambolo è necessario, per poter arrivare a rispondere a questa domanda:
Perché il rapporto che mio padre aveva con me quando ero piccolo è così diverso da quello tra me e il bimbo?

Ed è una tendenza generale. Infatti, a meno di casi eccezionali di padri degli anni '70 particolarmente illuminati o di padri di oggi sciagurati, la trasformazione del rapporto padre-figlio è da considerarsi generazionale.
Perché i nonni ai loro tempi non cambiava il pannolino.
Mentre io sono quasi più bravo della bionda in questa arte.
Perché i nonni ai loro tempi non stavano troppo a giocare con i loro figli, almeno fino a quando non diventavano abbastanza grandi (diciamo 6 anni).
Mentre io passo tantissimo tempo a giocare con lui, sia ora, sia quando era più piccolo.
Perché i nonni ai loro tempi, quando i bambini si svegliavano di notte, non andavano a coccolarli.
Mentre io e la biondina ci dividiamo equamente questo compito.
Perché i nonni ai loro tempi non avevano molto tempo da dedicare alla famiglia, un po' perché magari lavoravano più di adesso, un po' perché era normale alla sera uscire e andare al bar.
Mentre io dedico quasi tutto il mio tempo libero al bimbo e alla biondina (e al bar non ci sono mai andato).
Perché i nonni ai loro tempi non dicevano molto spesso ai loro figli ti voglio bene.
Mentre io lo dico continuamente (e prima o poi o il bimbo comincerà a dirmelo anche lui spontaneamente, oppure si stuferà e mi dirà di smetterla).

E questa non è una critica a mio padre per come mi ha cresciuto, perchè ho avuto un infanzia felice e credo di essere cresciuto in serenità e equilibrio. Quindi lui non ha sbagliato.

Ma tornando alle differenze di approccio, la risposta alla domanda che mi sono fatto prima è che si tratta di una differenza di sensibilità.
Io (e tutta la mia generazione) ho una sensibilità diversa rispetto a quella di mio padre.
Oltre a essere padre cerco, per alcuni aspetti, di essere anche madre.

Questo è un bene o è un male per la crescita di mio figlio?

Questi ed altri aspetti nei prossimi post ...

mercoledì 3 novembre 2010

Preghiera

Mi vo' sü da la scala
per l'amur del Signur
quand l'è andai sul calvar
a purtaa l'umis al pecatur
mi vo' en lett
cun l'angiul perfett
du da pè e du da cò
e la Madona en mess c'la diss
dorm o bimbo e riposa
e non pensa a nisuna cosa
fa che la not el dì
sia seper in cumpagnia cun ti
Acqua Santa che te bagna
Spiritu Santo che te cumpagna
bruta bestia va' via da chi
Gesù Bambin ve' via cun mi

Traduzione:
Io salgo la scala (vado a letto)
per l'amore del Signore,
quando andò sul calvario
per portare la remissione (dei peccati) al peccatore.
Vado a letto con l'angelo perfetto
due in testa al letto e due in fondo
e la Madonna in mezzo che dice
dormi o bimbo (o altro nome) e riposa
e non pensare a niente
fa che sia di giorno che di notte
sia sempre in tua compagnia.
Acqua Santa che ti bagna,
Spirito Santo che ti accompagna,
Diavolo vai via di qui
Gesù Bambino vieni con me.

Avevo circa cinque anni quando recitavo insieme a mio padre questa preghiera mentre, la sera, mi accompagnava a letto portandomi sulle spalle.
Ora abito in una casa di un solo piano e non ho la scala per andare in camera da letto, ma recito questa preghiera per il mio bimbo mentre siamo nel lettone prima che si addormenti.
Non sono molto religioso (è un eufemismo) ma questa è più di una comune preghiera. E' trasmettere al bimbo cultura e radici di suo padre, del padre di suo padre, del nonno di suo padre e indietro con i secoli.
C'è la religione, ma anche la cultura contadina semplice e ingenua.

Spero che tra molti anni il bimbo rievochi questi momenti e li ricordi con affetto.
E trasmetta questa semplice poesia a suo figlio.
Come un regalo prezioso.



PS: Chiedo scusa per la grammatica, sicuramente errata, ma come tutte le cose antiche anche questa è destinata alla sola tradizione orale. E già il fatto che ora io l'abbia scritta le toglie un briciolo di poesia.

mercoledì 28 luglio 2010

Paternità a punti



Punto 1
Essere padre non significa dare a tuo figlio un elenco di cose giuse e di cose sbagliate.
Ma fagli capire con i consigli e il buon esempio cosa si e cosa no.


Punto 2
Essere padre non significa evitare, o peggio impedire, che tuo figlio sbagli.
Ma essere pronti, la volta che cadrà (perchè cadrà, stanne certo), ad aiutarlo a rialzarsi.

Punto 3
Se anche hai seguito i punti 1 e 2, essere padre è pregare che tutto vada bene, perchè molti fattori sono fuori dalla tua portata.

lunedì 5 luglio 2010

Quando si dice cambiare la prospettiva


Una volta avevo due (splendidi) occhi grigio-verdi.
Regalo genetico del mio papà.

Da un annetto a questa parte uno dei miei due occhi è diventato azzurro (e che azzurro!!).

Questo occhio, che non è frutto di una lente a contatto colorata, è un po' particolare. Appena l'ho avuto non vedeva assolutamente niente, infatti pensavo ad una fregatura, ma con il tempo è migliorato: abbiamo cominciato con luci e ombre, poi i contorni si sono fatti mano a mano più nitidi e nel giro di pochi mesi è diventato a tutti gli effetti una perfetta finestra sul mondo.

E qui casca l'asino.
Si perchè questa finestra sul mondo ha una prospettiva completamente diversa da quella a cui sono abituato.


Quest'occhio è posizionato a circa ottanta centimetri da terra, e questa è già una bella novità: l'altro che avevo era esattamente un metro più in alto.
Quest'occhio non ha esperienza quindi vede tutto con stupore, come se una palla gialla fosse il gioiello più prezioso del mondo.
Quest'occhio è avido di esperienze e consapevolezze e per lui il fatto che schiacciando un bottone sul telecomando la televisione si accende, è una scoperta paragonabile al bosone di Higgs.
Quest'occhio guarda la bionda con un affetto di cui io non sarò mai capace (non tanto come intensità, ma come qualità).

Quest'occhio vede e vedrà cose che al mio povero vecchio occhio non sono possibili.

Fino ad un anno fa l'espressione luce dei miei occhi mi faceva ridere.
Ora compatisco chi ha due occhi uno uguale all'altro.